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Come un bambino autistico imparò a leggere e a scrivere

Per chiarire i concetti esposti in questa parte del libro dedicata alla relazione di apprendimento, racconterò questa storia accaduta nel 1982, che tratta di un bambino autistico il quale, dopo anni di rifiuto, imparò a leggere e a scrivere. L’autismo infantile è un disturbo così grave da rendere l’apprendimento di qualsiasi cosa quasi impossibile. D’altra parte, proprio per questa ragione, se si vogliono ottenere dei risultati con gli allievi affetti da questa sindrome, bisogna elevare al massimo grado tutti quei parametri che facilitano l’apprendimento. In primo luogo bisogna stabilire con loro una buona relazione; poi, per quello che riguarda l’oggetto dell’apprendimento, bisogna operare una semplificazione molto raffinata per ottenere una gradualità̀ che comporti il minimo di difficoltà cognitiva. bisogna anche creare un contesto altamente motivante partendo da quello che ci offre l’allievo in quel momento e tenendo in particolare considerazione le porte di accesso, ovvero ciò che all’allievo piace particolarmente. Il fattore fondamentale sarà quello di situare l’apprendimento in contesti relazionali altamente rassicuranti. Il fatto che una situazione di partenza così grave, sia pure con opportuni accorgimenti, porti, come vedremo, a ottenere ugualmente dei risultati considerevoli nell’apprendimento, dimostra che è sempre possibile trovare un percorso adatto, purché́ si abbia la determinazione e il coraggio di cercarlo.

Nel 1982, Paolo, un bambino affetto da autismo infantile, era in cura da me già da tre anni. In tutto questo periodo aveva mostrato un rifiuto generalizzato nei confronti dell’apprendimento. In particolare non ne voleva sapere di imparare a leggere, né tanto meno di imparare a scrivere. Frequentava la seconda elementare. In due anni aveva fatto in altri settori notevoli progressi: per esempio, prima ripeteva casualmente le parole, ora le usava abitualmente per farsi capire; inizialmente non era in grado di mettersi in rapporto con altre persone, neanche non-verbalmente o con il gioco, mentre adesso riusciva a farlo anche con i compagni di scuola, ecc. Sembrava però che non ci fosse alcuna probabilità̀ che riuscisse a imparare a leggere e a scrivere, visto il suo netto rifiuto.

Lavoravo con il bambino sia a casa, per valorizzare al massimo le notevoli possibilità della relazione madre-figlio (era orfano di padre), sia a scuola, per aiutarlo a stabilire rapporti reciprocamente soddisfacenti con i compagni di classe e per aiutare le insegnanti a instaurare con lui una valida relazione di apprendimento. Data la notevole resistenza a leggere e a scrivere decisi di dedicare qualche incontro a questa problematica, nel tentativo di sciogliere il suo rifiuto. Paolo in quel periodo giocava spesso con un bambolotto; il gioco che faceva era quello di sgridarlo minacciando di picchiarlo perché́ non era in grado di fare questa o quella cosa e spesso, alla fine, lo picchiava veramente. Questa drammatizzazione con l’animazione del “bambolotto che sbaglia”, permetteva a P. di scaricare sul bambolotto tutta la sua tensione derivante dalla paura di sbagliare. Per questa ragione il gioco lo divertiva molto. Pensai di utilizzare questo gioco come porta di accesso e cominciai a giocare con il bambolotto a “l’insegnante che sgrida l’allievo che non capisce”. Quando animavo il bambolotto, imitavo la voce di un bimbo mentre, quando entravo nel ruolo dell’insegnante, facevo la mia voce normale. Il gioco consisteva nell’insegnare a riconoscere le lettere dell’alfabeto a un allievo che non capiva niente. In accordo con la dinamica del rapporto che Paolo aveva con il bambolotto, mi mostravo aggressivo con l’allievo-bambolotto che sbagliava sempre, sgridandolo a voce alta con le stesse espressioni colorite usate da Paolo; poi lo correggevo facendo la parte dell’arrabbiato. Per esempio dicevo, rivolto al bambolotto: «Quante volte ti devo dire che è una ‘A’, non una ‘O’!» Paolo si divertiva moltissimo, soprattutto quando facevo finta di arrabbiarmi. Ma poiché ogni volta che facevo la voce grossa con il bambolotto, contemporaneamente gli fornivo la soluzione giusta, le due cose si fusero insieme: sgridarlo significava anche dargli la soluzione. Paolo ci prese gusto e, incitato da me, cominciò anche lui a sgridare il bambolotto. Così, dopo un po’, il gioco divenne questo: io facevo le domande al bambolotto, poi davo con la voce del bambolotto la risposta sbagliata e a questo punto interveniva Paolo che faceva l’arrabbiato, urlandogli con foga la soluzione giusta; ma, per sgridare il bambolotto in questa maniera, doveva leggere la lettera o la parola per poterlo correggere. Con questo sistema, cioè utilizzando questa drammatizzazione con il bambolotto, imparò prima a leggere, poi a scrivere in maniera del tutto normale. Questo esempio mostra l’importanza di saper partire da ciò che attira l’allievo.